Sono rientrata dal turno di notte e invece di buttarmi giù ho riaperto il portatile,
gli occhiali appoggiati vicino alla tastiera, il quaderno aperto a metà, la penna che rotola ogni volta che muovo appena la scrivania.

A quest’ora la casa è ferma, i gatti dormono uno sull’altro sul divano e non si accorgono nemmeno che sono ancora in piedi,
e io sono qui a rileggere gli appunti per l’esame, con il telefono che ogni tanto si accende e io lo lascio lì, perché se rispondo perdo il filo.
C’è qualcosa di strano in un corpo stanco dal lavoro che si mette comunque a studiare, come se una parte di me insistesse a costruire qualcos’altro oltre al turno appena finito,
e guardando la scrivania così, con tutto sparso e fuori posto, ho pensato che questo (il disordine, gli orari storti, la testa che gira un po’) è comunque, diciamo, il modo in cui sto andando avanti in questo periodo.
Non è una scrivania ordinata da rivista, è solo la mia, con le cose messe come capitano quando torni a casa alle ore piccole.
L’ho guardata un attimo prima di rimettermi a leggere, e mi è sembrato giusto tenerne un ricordo.
